Era calata la sera. Nella grande
stanza comune dove cucinavano e pranzavano, la donna si stava
affaccendando per preparare una magra zuppa di patate. Oltre a
quella, nella casa c’erano solo altre due piccole camere: in una
dormivano i due giovani e nell’altra la loro madre. Il nonno
aveva scelto di dormire in un angolo della stanza principale.
Aveva sempre sostenuto che nessuno doveva condividere il respiro
di un vecchio per tutta la notte.
Liot aveva già affettato del pane
nero e sistemava le scodelle sul tavolo. Soral stava parlando
col nonno, seduto a riposare su una panca contro il muro. Anche
in quella conversazione il ragazzo si agitava e chiedeva
comprensione per il suo desiderio di ribellione.
«Sono stanco di sopportare tutto
questo, nonno. Vorrei essere un contadino libero che raccoglie i
frutti del suo lavoro con gratitudine e devozione per la terra
che glieli offre, invece sento dentro di me crescere giorno dopo
giorno il disprezzo per questi campi che ci fanno schiavi.»
«Ti sbagli Soral, è Zelach che ci
ha fatto schiavi, solo lui. C’era un tempo in cui eravamo
davvero contadini felici. C’erano frutti in abbondanza perché i
campi erano lavorati con gioia e Madre Terra era generosa con
tutti. Al succedersi delle stagioni si facevano grandi riti
propiziatori, con fuochi, canti e balli. Poi è giunto lui e
tutto si è oscurato. Non c’è più gioia. Per questo motivo i
campi sono così duri da lavorare, adesso.»
«Quei tempi lontani possono
ritornare! Tocca a noi lottare per cacciare Zelach! Liot dice
che ci serve del tempo per organizzarci, ma credo che abbia
troppa paura e alla fine non farà niente. Nonno, anche tu pensi
che non ci sia nessuna speranza? Zelach è davvero immortale?»
«Non può esistere una creatura in
grado di sfuggire alla morte.» La voce del vecchio era stanca,
divenuta consapevole che le sue reminescenze avevano contribuito
senza volerlo ad acuire l’inquietudine del nipote. «La morte è
vita e la vita è morte. Si danno la mano e formano un cerchio.
Tutto ciò che nasce aspetta di morire, in un infinito ciclo
naturale. Zelach ha fermato o rallentato il suo tempo, ma non
può essere eterno.» appoggiò la schiena al muro di pietra e
guardò Soral dritto negli occhi. «È potente, astuto e maligno.
Ha un esercito di soldati malvagi e assetati di morte, che ci
dominano con il terrore e ci uccidono con lo sguardo. Tu non
puoi niente, non pensarci nemmeno. L’unico consiglio che posso
darti è di ascoltare tuo fratello e di stargli sempre vicino.»
Soral aprì bocca per replicare, ma il nonno continuò. «Ascolta!
I miei occhi hanno visto morire uomini più forti e coraggiosi di
te, tra i quali c’era tuo padre. Promettimi che non farai mai
niente senza prima parlarne con me o con Liot. Promettimelo!»
Soral era deluso e sorpreso. Non
credeva che il nonno fosse capace di parlare così, arrestando i
suoi sogni di libertà. Nella stanza era calato il silenzio:
anche Liot e sua madre attendevano la promessa di Soral.
«Te lo prometto.» disse infine il
giovane, chinando il capo in segno di resa e il nonno lo
abbracciò forte a sé.
«Sei ancora giovane e, per
questo, impulsivo e avventato. La tua migliore saggezza adesso è
ascoltare chi è più vecchio di te.» fece un lungo respiro e poi
si alzò, sorridendo. «Adesso andiamo a tavola, ho proprio fame.»
La cena fu frugale e veloce. La
madre dei ragazzi appariva più serena e sollevata. Si era
accorta già da tempo dell’inquietudine del figlio minore e
temeva per lui. Quel discorsetto fatto dal nonno era stato
provvidenziale.
D’un tratto cessò di lavare le
stoviglie della cena e si bloccò, ascoltando il rumore dei
cavalli in corsa, insolito per quell’ora. Li sentì arrivare
sempre più vicini e poi, con angoscia, ebbe la certezza che si
erano fermati proprio davanti alla loro casa.
Anche il vecchio aveva sentito
tutto e, comprendendo che le Ombre Tetre sarebbero entrate da un
momento all’altro, si era portato accanto alla donna, come per
aiutarla a sorreggere il peso della paura. La porta fu
spalancata con fragore e cinque soldati irruppero nella cucina.
Dall’altra stanza sopraggiunsero subito anche Soral e Liot.
«Il nostro signore ha bisogno di
un’altra donna forte e capace al suo servizio. Io conosco te.»
disse un soldato, con voce fredda e inflessibile. «Ti ho visto
lavorare e so che esegui bene gli ordini. Seguici.»
La donna era immobile, con la
bocca aperta e gli occhi sbarrati dal terrore. Sapeva che non
eseguire un ordine era come condannarsi a morte. Voleva muoversi
e andare verso i soldati, ma le sue gambe non ricevevano il
comando. Sentiva il gelo espandersi dal suo cuore in tumulto e
immobilizzarle tutte le membra.
Il vecchio le venne in aiuto, col
suo incedere lento ma deciso. Le prese la mano e la accompagnò
nei primi passi.
«Vieni, Daana, andrà tutto bene,
coraggio.» le disse. A stento tratteneva le lacrime.
Anche Liot lottava contro il
pianto. Amava la madre e capiva che quello era un addio. Veniva
portata via, al servizio di Zelach, ma quell’incarico non era un
privilegio. Era una condanna a morte.
azzardò due passi avanti per
abbracciarla un’ultima volta ma le guardie la circondarono in
fretta. Si voltò allora per guardare il fratello. Lo sguardo di
Soral era carico d’odio e Liot comprese che doveva impedirgli
qualsiasi reazione impulsiva, così si portò davanti a lui per
tenerlo stretto nell’angolo della stanza.
Ma Soral era sconvolto, in lui
c’era una fornace nella quale bruciavano disperazione e collera.
La pressione di quelle emozioni così violente crebbe dentro di
lui fino a divenire incontenibile e il suo animo irrequieto
reagì d’istinto. Con un grido selvaggio spinse a terra il
fratello, poi balzò davanti alla porta, sbarrando la strada ai
soldati.
«Fermi!» gridò con tutto il fiato
che aveva. «Non la porterete via!»
Daana lo guardò angosciata, più
spaventata per la sorte del figlio che per la propria.
L’avrebbero ucciso, era già una certezza.
«Scappa, Soral, scappa lontano!»
lo esortò.
Ma Soral non si mosse. Avrebbe
potuto, dietro di lui c’era la porta aperta e il buio della
notte. O forse no. Forse fuori c’erano altri soldati e non
avrebbe avuto scampo. E poi i fuggitivi erano sempre braccati e
uccisi dai lestori.
Un soldato gli toccò la spalla
con una mano e quel gesto sembrò sufficiente per immobilizzarlo.
Senza riguardo, gli altri quattro portarono fuori la madre, che
implorava di lasciarlo libero.
Liot si era rialzato e fissava la
scena davanti a lui senza poter niente. Tutto successe in un
attimo. Il soldato fissò Soral negli occhi e il ragazzo cadde a
terra ansimando. Con fatica si alzò in ginocchio per guardare
Liot e il nonno, smarrito. Non riusciva più a respirare, gli
girava la testa e nel petto sentiva bruciare i polmoni. Il
soldato gli assestò un calcio nello stomaco rovesciandolo
all’indietro e poi lo scavalcò, ma si fermò prima di uscire.
«Un’altra lezione d’obbedienza.
Badate a voi.» raggiunse gli altri e insieme sparirono nella
notte, portando Daana lontano per sempre.
Liot e il nonno corsero da Soral
morente e gli sollevarono la testa. Li stava guardando con occhi
sbarrati e muoveva le labbra in una silenziosa richiesta
d’aiuto, mentre le sue mani cercavano di stringere quelle del
nonno. Cominciò a sussultare con fremiti violenti agli arti, poi
un ultimo scarto e s’immobilizzò, rovesciando indietro la testa.
«Ti prego, respira!» gridò Liot
scuotendo il fratello. «Non puoi lasciarmi anche tu!»
Tentò di schiaffeggiarlo, ma il
nonno gli bloccò il polso.
«Fermo. È finita. Adesso Soral ha
trovato la pace.» quelle parole scandite con dolcezza placarono
Liot. «Aiutami a portarlo sul letto.»
Insieme trasportarono Soral nella
camera e lì lo adagiarono sul letto. Con infinita tenerezza il
nonno gli incrociò le mani sul petto e sistemò i capelli ai lati
del volto. Poi cercò lo sguardo di Liot e allargò le braccia,
invitandolo ad abbracciarlo.
Liot strinse forte il nonno e
lacrime silenziose e inarrestabili gli rigarono il volto.
Sentiva un dolore intenso e profondo che lo devastava, come un
mostro spietato che gli dilaniasse le carni, morso dopo morso.
Aveva perso le due persone più care che aveva al mondo in
un’unica sera, in un dramma consumato in troppo poco tempo.
Il nonno aspettò a lungo prima di
parlare, accarezzandogli piano i lunghi capelli.
«Come potrai sorreggere il peso
di questo dolore, se è così difficile anche per un vecchio come
me?»
«Restiamo solo noi adesso. Non ti
lascerò mai! Non ti lascerò mai!» Era davvero una sofferenza
troppo immensa per un giovane a cui era già mancato anche il
padre.
«Sfogati, ora. Fa uscire tutto
questo strazio da dentro. Quando ti sarai calmato, parleremo.
Puoi fare una cosa per Soral e per tua madre.» la serenità del
nonno sembrava surreale, fuori luogo in un momento tragico come
quello. Ma ottenne l’effetto mirato di confortare il giovane.
«Liot, ragazzo mio, è vero.
Adesso restiamo solo noi. Ho deciso proprio per questo di
raccontarti fatti che ancora non conosci. Anzi, che solo io
conosco. Cose che sono accadute all’arrivo di Zelach, quando ero
solo un ragazzino. È molto importante che ascolti con attenzione
tutto quello che ti dirò.» fece una breve pausa per controllare
se il nipote era pronto e, all’assenso di Liot, cominciò a
narrare.
«Come ti ho detto, ero un
ragazzino all’epoca del ritorno di Zelach, con i suoi soldati.
Sono passati quasi sessanta anni da allora, pensa. Più di mezzo
secolo d’oppressione.
«Ma la storia comincia molto
prima, quando Zelach era un giovane principe. Lui era il quarto
figlio del nostro vecchio re Tugut e come tale a lui non
spettava niente delle terre del padre, già modeste. Avrebbe
continuato a regnare solo il primogenito, che, però, doveva
tenere i fratelli come consiglieri. Ma molto prima che re Tugut
morisse, Zelach gli espose i suoi grandiosi progetti per
allestire un esercito smisurato, conquistare le terre limitrofe
ed estendere i propri domini. Ingiunse al padre di nominarlo
unico erede al trono, vantandosi di essere, tra i fratelli,
l’unico così valoroso, astuto e forte da meritare la corona e
potergli succedere. Avrebbe riempito di gloria la stirpe dei
Gialmoian.
«Com’è naturale, Tugut non
accettò, quindi Zelach passò alle minacce più brutali. Lo
avvertì che avrebbe ottenuto in ogni caso il regno, se
necessario anche con la spada lorda del sangue dei fratelli. Il
re capì subito la follia del figlio e con rammarico dette ordine
alle guardie di procedere all’arresto. Ma Zelach era già troppo
scaltro. Sfuggì alla cattura e con l’ultimo grido d’odio contro
il padre promise che sarebbe tornato, per avere giustizia e
conquistare la corona di Re.
«Quella sera stessa, con amarezza
Tugut avvertì i figli, esortandoli a vigilare per sempre e a
diffidare del fratello, se mai fosse tornato.
«Infine Tugut morì e il figlio
primogenito salì sul suo trono. Si chiamava Ilvar e anche lui fu
un buon re. Governò in pace e noi tutti lo amavamo. Io me lo
ricordo bene, sai? Era severo, ma giusto con tutti.
«Passarono tanti anni
dall’avvertimento contro Zelach e furono dimenticate anche le
sue minacce. Ma proprio durante tutti quegli anni Zelach aveva
covato vendetta contro i fratelli. Doveva essere andato molto
lontano per preparare il suo ritorno. Penso che abbia studiato
antichi riti arcani per allontanare la morte e per sviluppare la
forza mentale che conosciamo. Poi ha chiamato a sé spiriti
maligni assetati d’odio, ha dato loro poteri letali e con loro
ha costituito quest’esercito di bestie nere.
«È così che tornò. Potente,
malvagio e forte dei suoi soldati spietati, pronti a tutto.
Irruppe di notte nel castello e non ci fu pietà per nessuno.
Puoi immaginare le grida, gli scontri, il sangue. Tutta la
discendenza di suo padre fu sterminata. Nessuno doveva più
reclamare il trono. Re Ilvar e gli altri fratelli, con le loro
mogli, i loro figli e i figli dei figli, morirono tutti quella
notte. Uccise anche il capitano delle guardie e tutti gli uomini
fedeli al re. I soldati superstiti dovettero scegliere se morire
o sottomettersi a lui.
«L’alba seguente segnò la fine
della nostra libertà. Si proclamò unico Re e pretese obbedienza
assoluta da tutti noi. Ogni minima reazione fu stroncata con
l’uccisione pubblica immediata del ribelle. Al dolore per la
schiavitù si aggiunse il terrore d’esecuzioni ingiuste. Ora
ascolta bene.
«Prima che i soldati riuscissero
a prendere pieno controllo di tutta la popolazione, pochi
intrepidi riuscirono a fuggire, tra cui la famiglia di un mio
amico. Venne a dirmi addio quello stesso mattino, con i suoi
genitori. Il padre, Denfo, era sconvolto e farfugliava di aver
sognato Zelach e di averlo sentito frugare nei suoi pensieri. Mi
disse di conoscere il modo per sconfiggerlo. Zelach lo aveva
capito e avrebbe ucciso lui e tutte le persone a lui vicine, per
questo stavano scappando. Rivelò solo a me la loro destinazione,
proprio perché nessuno avrebbe immaginato che egli affidasse un
tale segreto a un ragazzino. Mi confidò che voleva arrivare fin
oltre la Cinta Ferrica, sperando che proprio quei monti di
ghiaccio e ferro fossero una barriera impenetrabile ai poteri
della mente di Zelach. Mi affidò il compito di scappare per
andare a cercarlo, quando fossi divenuto grande e forte, perché
mi avrebbe rivelato come fermarlo.
«Io non gli credetti subito.
Ascoltai tutto con attenzione, mi ricordo ancora ogni singola
parola, ma non gli credetti. Sapevo che era una persona un po’
strana, un visionario, perché diceva di vedere delle cose. C’era
gente che lo considerava un indovino, dotato di una mente
superiore, ma per altri era solo un pazzo. In ogni modo, fuggì
via con la sua famiglia. Era terrorizzato al pensiero di essere
trovato e ucciso, solo questo gli dette la forza di tentare la
fuga.
«Non ho più saputo niente di
loro, ma nei giorni successivi Zelach mandò i suoi soldati a
frugare ogni casa, stalla e capanna. Facevano un sacco di
domande proprio su di lui. Lo stavano davvero cercando.
«Denfo aveva detto il vero.
Zelach voleva trovarlo per ucciderlo, perché era l’unica
minaccia al suo potere. Mi resi conto di custodire un segreto
troppo importante e cominciai a temere anch’io che Zelach
potesse entrare nei miei pensieri. Decisi di mostrare
obbedienza, con docilità, di non dare nell’occhio. Trascorsi gli
anni seguenti aspettando di essere così forte e coraggioso per
andare a cercare Denfo, proprio come lui mi aveva detto.» il
nonno abbassò gli occhi e sospirò. «Invece mi sono comportato da
vigliacco e ora ho solo tanto rimorso. Non mi sono mai sentito
pronto per un’impresa così rischiosa. Ogni volta che veniva
l’estate, mi proponevo di aspettare ancora un anno, con la scusa
di prepararmi meglio. Mettevo da parte tutto quello che poteva
tornarmi utile.»
Si alzò, sembrava più vecchio che
mai. Sollevò il suo giaciglio e dalla cassa sottostante estrasse
una bisaccia polverosa.
«Qui dentro troverai delle
coperte, una fiasca per l’acqua e altri oggetti. C’è perfino un
pugnale con il suo fodero. Una sera lo vidi cadere dal fianco di
un soldato che procedeva davanti a me. Non si accorse di niente,
fu davvero una bella fortuna. Lo raccolsi subito. Si era rotta
solo la fibbia della cintura, ma riuscii ad aggiustarla. Ti
servirà.»
«Un momento… Tu credi che sia io
quella persona così forte e coraggiosa che può andare in cerca
di Denfo? Che ormai deve essere morto, se suo figlio ha la tua
età.» Liot aveva compreso quello che il nonno gli stava
proponendo.
«Confido proprio che Denfo abbia
raccontato tutto al figlio o al nipote, proprio come io ho fatto
con te. È una storia troppo importante per lasciare che si perda
nell’oblio. C’è davvero una possibilità di vincere Zelach e
qualcuno deve tentare! Io, che sono stato il primo a ricevere
questo compito, ho rifiutato e non posso biasimarti se lo farai
anche tu. Ma credo di conoscerti bene. Sei un giovane impavido e
coraggioso, molto più di me, e sei anche prudente. Tu rifletti
prima di agire e questo ti ha salvato la vita.» la sua voce
s’incrinò, pensando al corpo di Soral nell’altra stanza. «Non
ti obbligo ad accettare, nessuno può farlo. Se vuoi, puoi
aspettare come ho fatto io e scegliere colui che riterrai capace
di farlo al posto tuo. Così un giorno racconterai questa stessa
storia a un intrepido ragazzo e ti sentirai davvero un vecchio
inutile e colpevole, per non avere neppure cercato di realizzare
l’unica speranza di libertà. Lo so. Sarà così, perché è come mi
sento io adesso. Rimpiango di non essere stato abbastanza audace
da partire, quando potevo. Forse è solo colpa mia se Zelach è
tuttora là, potente e spietato. È solo colpa mia se Soral è
morto e Daana non c’è più. Mi dispiace tanto.» mormorò
abbassando lo sguardo. «E stasera devo passare a te questa
responsabilità.»
«Mi stai davvero dicendo che io
potrei liberare la nostra gente da Zelach, se trovo i
discendenti di Denfo? Mi stai incitando a partire, quando io
soltanto poco fa ti ho promesso che non ti avrei mai lasciato?»
«Non temere per me. Ho la
certezza che qui al villaggio avrò aiuto da tutti. Soprattutto
dopo che si saprà che Daana è stata portata via e che tu e Soral
siete morti. Ho già pensato a tutto. Scaveremo due fosse, poi
dirò che tu non hai retto al dolore che ti ha colpito questa
sera e che ti sei ucciso, in preda alla disperazione. Se nessuno
sospetterà una fuga, non sarai inseguito e potrai viaggiare
molto più tranquillo. E proprio per rendere tutto più credibile
dobbiamo agire subito, stanotte stessa.»
«Nonno, io… non so, sta
succedendo tutto così in fretta… La mamma, Soral, la tua storia…
Mi stai mettendo di fronte a una scelta importante. Sento la
responsabilità della libertà della nostra gente su di me che mi
opprime più del dolore che ho provato stasera.»
Liot si fermò a riflettere.
Avrebbe voluto mettere ordine nella sua testa ma non ci
riusciva. I pensieri gli si accavallavano nella mente, in un
turbinio di considerazioni e congetture. Erano davvero accadute
troppe cose in una sola sera e lui avrebbe voluto più tempo, per
accettarle una per volta. La storia del nonno gli offriva la
possibilità di realizzare il sogno di libertà tanto desiderato
da Soral. Era un’occasione unica e irrepetibile, troppo
importante per perderla. Ma richiedeva anche delle qualità che
sentiva di non possedere. Aveva vissuto un’esistenza di
contadino, umile servitore, sempre eseguendo ogni compito che
gli era imposto. Non conosceva altri luoghi se non quelle terre
su cui aveva sudato con la schiena curva, non aveva mai avuto
autonomia di scelta, non sapeva cosa significava organizzarsi la
giornata e non sapeva nemmeno se ne sarebbe stato in grado. Però
credeva in sé stesso e aveva fiducia che, nella necessità,
avrebbe imparato a cavarsela da solo. La morte del padre lo
aveva fatto crescere in fretta e si sentiva molto più maturo di
quello che i suoi vent’anni potevano far credere.
«Sì!» si alzò in piedi, annuendo.
Aveva una luce vivida negli occhi. «Va bene, nonno, parto. Lo
faccio per la nostra libertà, per la mamma, per te, per Soral.
Per tutte le persone che Zelach ha ucciso o fatto soffrire.
Cercherò i discendenti di Denfo e mi farò dire ogni cosa. E se è
tutto vero, se c’è un modo per sconfiggere Zelach, io lo
compirò! Ritornerò qui da te e sarà per liberarvi tutti. È
questa la vera e unica promessa che ti faccio stasera!»
«Andiamo, allora, non c’è un
momento da perdere.» anche il nonno si mosse. «Oh, Liot, che tu
sia benedetto!»
Prepararono ogni cosa in tutti i
particolari. Prestarono particolare attenzione a completare il
contenuto della bisaccia da viaggio con qualche provvista,
scegliendo tra quello che la misera casa aveva da offrire. Il
nonno disegnò per Liot una sorta di cartina per raggiungere la
Cinta Ferrica, con la descrizione delle terre che lui conosceva
bene.
«Dovrai superare tutta la nostra
campagna a nord e un fitto bosco oltre il quale troverai il
Leander, il fiume dove confluisce il nostro Roosa. Dopo
attraverserai un’altra grande pianura. Ci vorranno molti giorni,
ma poi ti apparirà tutta la catena montuosa all’orizzonte. È la
Cinta Ferrica, con le cime sempre coperte di neve. Non so
indicarti con esattezza su quale montagna dovrai salire, ma
confido che il tuo istinto saprà guidarti.
«Non usare mai i sentieri
scoperti ma costeggiali passando dal bosco. Raccogli tutto
quello che trovi di commestibile: bacche, frutti e funghi. Ma
attento! Certi funghi sono letali. Se ne trovi, scegli sempre
quelli che mostrano segni evidenti che altri animali se ne sono
cibati. Loro hanno un istinto naturale e non mangiano cibo
velenoso. Cerca l’Albero Bianco: la sua corteccia si sfoglia ed
è molto nutriente, ti darà energia e ti sazierà a lungo. Prendi
tutta quella che riesci a trasportare. Fa’ in modo di non
restare senza acqua. Ogni volta che ne trovi, dissetati, svuota
la fiasca e riempila di acqua fresca.
«Ricorda che nel mondo là fuori
vivono gli animali e le creature più strane, di cui entrambi
ignoriamo ogni cosa. Ma tieni soprattutto ben a mente i lestori
di Zelach. Se in qualche modo verrà a conoscenza della tua fuga,
li sguinzaglierà alla tua ricerca. E loro hanno sempre riportato
indietro il cadavere del fuggitivo. Quello che fanno alle prede
ha dissuaso tutti noi da tentare di fuggire da queste terre...
Ma non ci pensare, riusciremo a fargli credere che sei morto e
non avrai questi problemi.»
«Già. Nessuno deve vedermi andar
via e sarà buio ancora per qualche ora soltanto. Se hai finito,
io comincio a scavare la fossa per Soral. Per la mia… potrebbe
bastare anche un po’ di terra smossa con il mio nome sopra, no?»
«Andrà bene lo stesso e
guadagnerai tempo. Va’. Io scrivo i nomi su delle tavole.»
Liot e il nonno diedero sepoltura
al corpo di Soral e si raccolsero in un ultimo doloroso momento
di preghiera perché almeno il suo spirito trovasse quella pace
che tanto aveva agognato in vita. Poi Liot procedette a
inscenare la sua falsa tomba.
Tutto era pronto. Per Liot era
giunto il momento di lasciare il nonno e la casa dove era
cresciuto e di lanciarsi in un’avventura che mai aveva
immaginato di dover compiere. Né lui, né il nonno volevano
perdere tempo in inutili e strazianti addii, così si limitarono
a un lungo benevolo abbraccio e ognuno augurò all’altro la buona
sorte. Mancavano circa due ore all’alba, momento favorevole,
quando Liot iniziò il suo viaggio con il cuore pieno di
speranza. Poteva contare solo sulle sue forze, sulla sua astuzia
e sul suo coraggio.
«Va’ sempre a nord!» furono le
ultime parole del nonno.